Ho ripensato alla statua di Lenin
abbandonata in un magazzino vuoto, forse un posteggio coperto di Soroca, nella
Moldova di una quindicina d’anni fa, in cui le automobili si contavano ancora
sulle dita. Mi aveva turbato la sua solitudine, come fosse cosa viva e lasciata
in disparte; non fatta a pezzi e demolita sotto il maglio della rivalsa,
divelta e atterrata nella foga della rabbia, ma semplicemente spostata. La
Storia aveva spostato un regime, forse con minore fragore che altrove, con una
eco meno enfatica, ma ora quella statua proprio dov’era non poteva rimanere. La
Storia, e in un certo qual modo il popolo, avevano deciso diversamente,
imponendosi sul passato, e il passato diventava ipso facto memoria
museale. Ho visto le fotografie che
testimoniano l’operazione effettuata da Vincenzo Russo l’8 agosto: il pilone
votivo in val Clarea senza immagini, snudato e imbragato, l’operaio al suo
fianco in posa come il cacciatore accanto all’elefante accasciato sotto i colpi
del suo personale safari. Era stato collocato da cristiani e laici la primavera
del 2011 in val Clarea come luogo di incontro e di raccoglimento, un simbolo
anch’esso della lotta NoTav, e già, sin dal febbraio di quest’anno, costretto
entro le recinzioni che si erano spostate via via inglobandolo in quella terra
di nessuno. Anche questo simbolo è stato spostato, divelto e spostato. Ma non è
stata la Storia a spostarlo.A ben vedere la posizione dove era collocato non pregiudicava le operazioni del non-cantiere, né poteva fornire una preoccupazione dal punto di vista del controllo militare. È stato spostato dalla volontà di colpire un simbolo di unità. Di piloni votivi se ne incontrano ogni dove, e la sensibilità che fa sorgere un interesse o rende attrattivo uno di essi dipende dalla religiosità di ciascuno, sicché il laico o l’ateo, il non cattolico può anche passarvi accanto senza quasi notarli. Ma questo pilone votivo aveva, ha, precisi riferimenti culturali che non possono lasciare indifferenti quanti l’hanno avvicinato, o l’hanno osservato anche solo da lontano, poggiato sul clive come una sentinella.
Alla guerra dichiarata alla terra
si aggiunge la guerra di simboli, poiché appunto non rappresentava soltanto
quel pilone un’occasione di raccoglimento e di preghiera per i credenti, ma
l’unità stessa di un popolo che si raduna sotto la bandiera della lotta,
poliedrico e multiforme. Un’unità che sgomita per trovare l’equilibrio e
l’armonia, come è giusto che sia quando le differenze sono anche profonde; ma
un’unità entro la quale le differenze, più che dividere, uniscono: e questo
pilone rappresentava, rappresenta proprio questo.
Non è la Storia ad aver spostato,
divelto e spostato questo pilone votivo: è l’arroganza del Potere che crede di
tutto potere; la sufficienza dell’interesse senza scrupoli; la miopia di chi
accetta supinamente un ordine, giustificandolo come atto ordinario di un
ordinario lavoro, degradando in tal modo il senso stesso del “lavoro”. E parole
come meschinità e infamia non si possono scrivere con l’iniziale maiuscola. Chi
dichiara guerra ai simboli però dovrebbe sapere che, in quanto simboli,
rimangono fantasmatici e sopravvivono alla concretezza di una rappresentazione
fisica; persistono e si rafforzano.
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